La Casa Dei Nonni
L’ingresso è rimasto pressoché identico. È cambiato giusto il colore alle pareti.
La cassettiera è sempre lì, sulla destra, a reggere l’esagerato specchio che mia nonna utilizzava per sistemarsi prima di uscire di casa.
Mentre mi guardavo attorno cercavo di risalire con la memoria all’ultima volta in cui ero entrato in quella casa. Mia nonna era sicuramente viva. O meglio, era ancora in forma. Quando la malattia diventò troppo ingombrante, rendendole impossibile anche solo riconoscere le persone attorno a lei, decisi che non sarei più andato a trovarla. Ho sempre cercato di nascondere questa scelta scellerata dietro l’incapacità di vederla star male, ma probabilmente ho sfruttato la situazione per lavarmene le mani, come mi è capitato fin troppe volte nella vita. Temo che mio papà e i miei zii si siano perfettamente resi conto di quanto successo e che, giustamente, non me l’abbiano mai perdonata. Quando al funerale ho visto la bara, coperta romanticamente da una sciarpa del Bologna, non me la sono perdonata nemmeno io.
Sono sempre stato molto legato alla casa dei miei nonni. Non soltanto perché la trovo splendida, ma soprattutto perché ad essa sono legati moltissimi ricordi. Dai miei nonni ho imparato a leggere e a scrivere (piuttosto male, purtroppo), le regole di Scala 40 e, grazie alle origini di mia nonna, a fare un sugo alla bolognese capace di stendere anche il più ostico degli scettici. Mentre lo zio mi accompagnava attraverso un tour della casa per mostrarmi il restyling attuato a quelle quattro mura, non riuscivo a non pensare a quanto mi facciano ridere gli inglesismi e, in fin dei conti, di come la casa per quanto diversa risultasse sempre uguale.
Il bello del restyling è che puoi cambiare senza cambiare veramente, disse lo zio, quasi fosse capace di leggere nella mia torbida mente.
Al termine del giro esplorativo credo di essere riuscito a decifrare il senso di questo cosiddetto restyling. Al netto dei miglioramenti che andavano per forza attuati, mi sembra chiaro che lo zio abbia puntato a mantenere forte l’impronta dei suoi genitori. Un sentimento che sicuramente va oltre il mero aspetto estetico-strutturale. Un modo più o meno efficace per sentirli ancora lì, ad aggirarsi per le stanze della casa. Quasi a volerli celebrare ogni giorno. Del resto, ripeteva lo zio, le case sono entità complesse e affascinanti. Mutano e si evolvono, ma allo stesso tempo custodiscono eredità pesanti e impegnative che vanno gestite e soprattutto rispettate.
Concetto interessante, pensavo, mentre notavo la scomparsa di divano e televisore dal soggiorno.
Legare il termine restyling a una band per me è facilissimo: A Wilhelm Scream. I migliori nel far sembrare ogni volta diverso lo stesso disco. Non sono mai riuscito a spiegare l’amore, il rispetto e l’adorazione che nutro per questi tizi e forse è meglio così. La verità è che ogni loro lavoro mi mette davanti alla mia enorme ipocrisia. Sono sempre stato del partito che vuole la tecnica individuale come un inutile orpello, un qualcosa di troppo che si scontra con la mia personale idea di musica. La verità è che non ho mai creduto a questa filastrocca nemmeno per un secondo. Ho semplicemente tentato, invano, di nascondere non soltanto la mia assoluta mancanza di talento, ma soprattutto la totale assenza di interesse a migliorare come pseudo-musicista. Tutte le storielle sul punk, sull’attitudine, sul fatto che non sia necessario essere in grado di maneggiare uno strumento perché ciò che conta è quello che si ha da dire? Boiate. Non ci credo e, ancora peggio, non ho mai avuto niente da dire. Impazzisco per i virtuosi e spendo molto più tempo del dovuto a guardare video drum cam su YouTube, maledicendo il fato per non essere nato con una naturale predisposizione per lo strumento che saltuariamente mi ritrovo ancora a violentare.
Non è un caso quindi che gli aspetti degli A Wilhelm Scream da me più amati siano quelli più eccessivi e sopra le righe. Gli assoli insensati a mille all’ora, i fill di batteria contro tempo che non sono mai in grado di decifrare, il basso suonato in tapping. Eppure, oltre questa coltre di eccessivo sfoggio di sé, trovo che ci sia molto altro. A partire da una sensibilità melodica fuori dal comune, capace di risaltare cristallina anche all’interno delle strutture più confuse e ingarbugliate.
Anche i testi non sono affatto malaccio. Per carità, non saranno gli scritti di Leonard Cohen, ma trovo molto intrigante la capacità delle parole di tradire con così tanta facilità la loro natura musicale. Semplici, ficcanti e senza tanti fronzoli. L’esatto contrario delle canzoni.
Credo sia proprio questo il super potere degli A Wilhelm Scream. La loro capacità di farmi contraddire, portandomi ad amare ciò che penso di odiare e viceversa.
La stanza che ha subito le modifiche più massicce è senza dubbio quella che io chiamavo la sala da tè, la mia preferita. Così luminosa in determinati momenti della giornata da poter distinguere nitidamente ogni singolo granello di polvere che fluttua nell’aria. Il tavolo e le poltrone che mi avevano spinto a donarle quel ridicolo soprannome non ci sono più. Al posto del piano c’è una libreria e il pianoforte adesso si trova appoggiato a una parete diversa. Tra le altre cose, la libreria ospita tre foto in bianco e nero che ritraggono mio nonno a una festa. Ride, suona il pianoforte circondato da persone che si stanno divertendo quanto lui. In una di queste foto, una sorta di arcaico selfie, lo si vede sorridere a fianco di Adolfo Celi, attore gigantesco e suo vecchio amico. Mi sono sempre ben guardato dal confrontare la mia vita con quelle degli altri, nel disperato tentativo di evitare sonore batoste. Le foto del nonno però mi hanno messo di fronte alla sua storia, rendendo il confronto inevitabile e al tempo stesso impietoso. Perché al netto di errori ed esperienze dolorose, considero la vita del nonno una vita degna di essere chiamata tale, cosa che non posso certo dire della mia.
Tornare in quella casa mi ha fatto pensare al nonno. Alla sua vita, ai suoi alti e bassi, ai suoi difetti camuffati artisticamente da pregi. Mi ha fatto pensare alle cene con l’insalata di mare e i cappotti degli invitati a coprire il letto. Al suo suonare divinamente il pianoforte e a quanto avrebbe disprezzato gli A Wilhelm Scream. Mi ha fatto pensare che baratterei volentieri tutti i miei amici per una cena con Adolfo Celi.
Tornare nella casa del nonno mi ha fatto pensare a lui e a tutte le domande che vorrei fargli in questo momento. Vorrei chiedergli se anche lui pensa che sia troppo tardi. Non dico per sistemare tutto, ma per raddrizzare un po’ il tiro. Vorrei chiedergli cosa sia andato storto nel mio processo di restyling. Perché giuro che negli ultimi anni mi sono davvero impegnato, mi sono impegnato tantissimo, eppure sono rimasto il solito miserabile inetto.
Magari il nonno mi direbbe, dall’alto della sua cruda e pessimistica saggezza, che il processo di restyling è andato fin troppo bene.
In fondo, non si tratta di cambiare senza cambiare veramente?
Cosa ti devo dire, nonno? Probabilmente hai ragione. Sai che di questi inglesismi non c’ho mai capito una mazza.


