Quando chiudi la porta.
Dieci anni fa ho conosciuto il disco della mia vita.
Era il 7 novembre di 10 anni fa. Ero arrivato al mattino in una capitale europea a 1200km da dove ero nato e cresciuto e rimasto sempre, con l’intenzione di iniziare una vita diversa. Non è andata così, ma diciamo che avevo iniziato molto bene, andando a un concerto la sera e rimanendone cambiato per sempre.
Come si sta soli?
Prendi il rumore di una porta che si chiude. Il rumore della porta di ingresso di casa è sempre diverso da qualsiasi altra porta; è più sordo, un tonfo, un po’ metallico un po’ di legno, se lo ascolti al rallentatore lo puoi anche scomporre in più fasi, un clack, un tong e un ting ravvicinati, quasi contemporanei, ma se li osservi da vicino hanno una sincronizzazione non perfetta, che ha più dell’umano che del freddo mondo degli oggetti che abitano. Poi di solito c’è un quarto rumore, appena udibile, quello del respiro, quando ti chiudi alle spalle la porta della tua casa vuota.
Tornare a casa è una bella idea di solito; è un concetto che letto così fa venire bei pensieri, di riappropriazione, di riposo. È buffo che tante volte nella vita invece corrisponda al chiudersi alle spalle la porta, con un tonfo, e immergersi in un ambiente vuoto, che conosci, ma che ti guarda senza rivolgerti la parola, in un silenzio che fa il rumore di un motore del frigo. Ed è in quegli istanti che lasci passare fra il tonfo e il momento in cui accendi la radio, la tv o metti un po’ di musica per avere compagnia, che la solitudine si mostra per ciò che è davvero, senza raccontarti nulla, si siede di fronte a te e ti fissa, e basta.
Ho provato a non fare caso a quante volte davvero nella vita sono stato solo. Nel senso che fra me e le altre persone c’erano delle barriere oggettive, corporee. Sono tante, è normale che sia così. Possono essere meno o più di quelle in cui ci sentiamo soli in mezzo alle persone, a seconda di che vita abbiamo, di che pensieri abbiamo, della compagnia di cui ci siamo circondati, scelte che abbiamo fatto, sfortuna che abbiamo avuto.
Io non ero solo quando sono entrato in un locale di Berlino e ho visto sul palco una band che ero andato a vedere per curiosità, senza averli mai ascoltati prima; sono arrivato anche in ritardo, come faccio spesso negli appuntamenti col mio destino. Ho ordinato un’Astra al bar, dovendo come al solito ripetere l’ordinazione e sbagliando il genere dell’articolo, non ricordo mai se Bier sia neutro o femminile, e poi mi sono avvicinato al palco, i Caspian stavano iniziando Gone in Bloom and Bough, con quel loop di pianoforte rovesciato che fa da selciato a tutta la canzone. Lì, mi si è chiusa la porta di casa alle spalle, ma non c’era silenzio; è stato come trovare le luci accese, il riscaldamento che andava, la cena pronta.
Una volta mi dividevo i CD per genere. Poi ho iniziato a sezionare troppo in sottogeneri, fino a quando ogni distinzione è diventata inutile, perché finivano per coincidere con un singolo gruppo. Allora ho preso a distinguere per mood, ma la musica da giornata triste è musica che te la dovrebbe risollevare o musica che la deve accompagnare? Allora mi sono ripiantato in quel problema, fino ad arrivare a un compromesso: la musica per fare delle cose, e la musica per stare soli.
Come si fa a stare soli? Non lo so, quando mi è capitato non me la sono cavata benissimo. Stare soli non è solo non avere nessuno con cui uscire o con cui passare del tempo, è soprattutto non avere il coraggio di farlo. Per tanti motivi: la paura di un rifiuto, la paura che poi vedere qualcuno non risolva la sensazione di essere da soli, la paura di scoprire che essere soli non sia uno stato fisico ma mentale. Stare soli non è solo non avere compagnia, perché altrimenti la tv, un libro, la musica sarebbero un antidoto fin troppo facile all’essere soli. Stare soli è essere invisibili.
Waking Season, da quando ci siamo incrociati, il 7 novembre 2012, è il disco più importante della mia vita, perché è il disco che riesce a farmi accettare la solitudine. Lo fa in modo attivo, non perché io gli ho dato questo titolo a priori, ma perché è un disco che mi raccoglie da terra, e mi insegna cose. Mi tiene compagnia perché non mi urla qualcosa, o mi racconta una storia, ma me la spiega, mi aiuta a ricostruirla. Mi costringe a starci attento per scoprire come è fatto. Mi ricorda melodie e passaggi che conosco a memoria ma che ogni volta suonano come lo stesso piatto che ordini sempre, anche se sai che non li hai ancora provati tutti gli altri. Mi ha insegnato nuovi linguaggi, come Hickory ’54, quel pezzo che inizia con una grancassa violenta, e quella chitarra eterea che compone una melodia difficile da afferrare. Cresce, monta, sembra andare in una direzione, e poi improvvisamente a 2:42 devia, cambia strada, poi tentenna, fino a esplodere, scoppiare, e atterrare lacerata su un finale quieto, stanco e bello come un addio. Mi ha insegnato un nuovo linguaggio perché ho esplorato la composizione di questo pezzo per mesi e mesi, prima di trovarci una ratio, che ancora adesso cede molto all’istinto e non si può raccogliere in una griglia.
Sono stato tantissimo tempo solo con Waking Season. Ore, giorni, mesi interi. Solo, perché un disco non può sconfiggere la solitudine, ma può insegnarti come si sta soli. Dura finché dura, perché i dischi finiscono. Li puoi riascoltare, ma finiranno di nuovo. Allora pensi a chi vorresti al tuo fianco, pensi a chi ti manca, pensi alle cose che hai perduto, o quelle che hai solo la sensazione di avere perso. Pensi alle cose che sono cambiate anche se avevi giurato che sarebbero rimaste com’erano, che non sono finite all’improvviso come finisce Waking Season, la prima traccia che dà il titolo al disco, tanto improvvisa che sembra un errore e invece è come dovrebbe andare; pensi che a volte vorresti che le persone fossero dischi che ami, per poterli riascoltare come se fosse la prima volta; pensi al rumore del motore del frigo che invece c’è sempre, a volte ti sveglia persino la notte.
Un disco può insegnarci come stare soli, ma non è detto che si riesca ad impararlo. È possibile che stare soli possa continuare a fare male comunque, almeno un po’, fino alla fine. Da qualche parte però c’è un disco che ti vede, che lo sa, e spero abbiate trovato il vostro.

