Restez à la maison
I Birds In Row hanno un grande cantante. Uno di quelli in grado di tenere in piedi la baracca senza bisogno di alcun aiuto. Uno di quelli capaci di farti vivere le parole in un modo diverso. Più intenso, più vivo. Questo è ciò a cui non riuscivo a smettere di pensare mentre mi aggiravo spaesato per le vie di Parigi, con gli auricolari prepotentemente pigiati nelle orecchie.
Il mio rapporto con i viaggi è piuttosto strano. Del resto sono un provinciale, un bigotto. Se ogni tanto capita di allontanarmi da questo buco di culo di città dove mi sto pian piano decomponendo è soltanto per rispondere presente a una sfida che nessuno mi ha mai lanciato.
La verità è che trovo veramente insopportabile una certa retorica che si è creata attorno all’esperienza del viaggio. La volontà di ricoprirla ogni volta di una patina quasi sacra è una pratica che trovo a dir poco eccessiva.
Il viaggio come esperienza di vita, come opportunità per crescere, per espandere la mente. Basta. Sarei già contento se queste patetiche filastrocche non venissero applicate pedissequamente a qualsiasi tipo di viaggio, come se una settimana al mare tra ombrellone e night club avesse un qualsivoglia tipo di peso filosofico. Nei miei pochi viaggi le occasioni che ho avuto per arricchirmi culturalmente sono state poche e per lo più malamente sprecate. Non mi sono particolarmente arricchito quando ho rischiato i polmoni ad Amsterdam o il fegato a Budapest.
Altri tempi, altre situazioni. Ottimi ricordi.
Il mio approccio negli ultimi anni però è decisamente cambiato e di questo devo andarne fiero. L’aver accettato il mio status sociale di uomo solo, unito alla disperata volontà di sembrare una persona meno disgustosa, mi ha portato a vivere il viaggio in un’ottica diversa. Muovendomi in solitaria sono arrivato a sviluppare una visione più aperta, più curiosa e più personale che, seppur di poco, mi avvicina alla stantia retorica di poco sopra.
Non ho idea se da questa versione molto vagamente cosmopolita di me sarò in grado di tirare fuori qualcosa di buono, ma il passo fatto in avanti è netto e va celebrato a dovere.
Con questa rinnovata verve, qualche mese fa ho passato una settimana a gironzolare tra Parigi e i suoi dintorni. Avevo una gran voglia di salutare un carissimo amico che vive lì già da un po’ e, perché no, sentivo il bisogno di confrontarmi ancora una volta con la capitale francese. La città che dopo Padova conserva gelosamente la più grande quantità di brutti ricordi, rimpianti e rimorsi della mia vita. Insomma, anche questa volta lo scopo iniziale non era propriamente quello di espandere la mia mente o arricchirmi culturalmente. Volevo soprattutto passare qualche bella serata e vedere se e quanto avrebbe potuto ancora far male rivedere certi posti. Al meglio delle mie possibilità ho ripercorso le stesse strade e mi sono seduto negli stessi bar, inseguendo goffamente i miei ricordi ormai sbiaditi, nella speranza che questi luoghi mi trafiggessero come tanti piccoli chiodi acuminati. Il dolore che pensavo (o speravo) di provare non si è presentato e la cosa mi ha leggermente spiazzato. In un malridotto bar nei pressi del Pantheon mi sono perso a scrutare la situazione, alla ricerca di una spiegazione al tempo stesso credibile ed esauriente. Sono riuscito a lasciarmi tutto alle spalle o sono semplicemente troppo stanco per continuare a rimanerci male? È un quesito interessante, ed è ancora più interessante scervellarmi su quale delle due opzioni potrebbe alla fine rivelarsi la più disastrosa e raccapricciante.
Nella settimana in terra francese ho tenuto una media di più di 30.000 passi al giorno. Non è una fandonia, è tutto documentato. Non ho mai capito il senso di spendere 1,30€ per un viaggio in metropolitana quando posso raggiungere la stessa meta camminando quaranta minuti. Ho girato a piedi praticamente tutta Parigi e un bel numero di paesini di campagna nei suoi dintorni. Ho visto tutto. Vicoli, palazzi, fiumi, boschi, piazze, piazzette e monumenti. Ho visto un numero spropositato di chiese gotiche, stile architettonico che trovo assolutamente ripugnante e sono entrato in diversi musei dove sono conservati fin troppi quadri impressionisti, corrente artistica che trovo assolutamente ripugnante. Ho bevuto birre mediocri in posti magnifici e ho avuto la superflua conferma di quanto sia bella Parigi, città che meriterebbe degli abitanti migliori.
Gran parte di quei 30.000 passi giornalieri li ho fatti con in cuffia i Birds In Row. Perché hanno un grande cantante e perché optare per un gruppo francese come colonna sonora mi sembrava una scelta arguta e sofisticata. Inoltre il loro Personal War reca un titolo che è il perfetto sunto di cosa significhi per me viaggiare. Allontanarmi da Padova è sempre una guerra. Un doversi confrontare con una vita di scelte sbagliate, di paura e vigliaccheria. Un brutale duello tra la persona che sono e quella che con tutta probabilità avrei voluto essere. Ogni volta che mi allontano anche solo qualche giorno da questa città mi rendo subito conto di come non sarò mai capace di lasciarla, perché Padova è l’unico luogo in cui mi sia concesso sopravvivere. Una città alla quale sono aggrappato come una zecca alla pelle di un cane, ben nascosta tra il folto pelo. Come una zecca mi nutro subdolamente di quello che Padova ha da offrirmi, ossia la presenza di alcune persone per le quali sono chiaramente un peso, ma di cui non posso assolutamente fare a meno. Eppure mi è impossibile considerare Padova una gabbia. Non lo è mai stata, anzi. Padova ha fatto tutto il possibile per spingermi a fuggire senza mai più voltarmi indietro. Mi ha offerto su un piatto d’argento i fallimenti più spettacolari, le cadute più rovinose e una squadra di calcio disperante.
Nonostante questo, in culo alla realtà dei fatti, sono riuscito a portare a termine la più abominevole delle operazioni, ossia trasformare Padova in un luogo sicuro e protetto. Un’operazione perversa e mostruosa. Ho trasformato Padova in un posto dove mi è concesso non pensare a tutto quello che avrei potuto essere. Ho trasformato Padova in una città dove potermi convincere che la colpa di tutto questo schifo non sia mai stata mia.
Una grande voce porta con sé grandi responsabilità. Perlomeno in ambito musicale, io la penso così. Sono consapevole che circoscrivere i Birds In Row alla sola voce sia piuttosto limitante, ma la mia volontà non è certo quella di mettere in secondo piano l’intero comparto strumentale, ma solo di capirlo meglio. La voce in questo caso è la chiave di volta. Gli occhialetti 3D in cartone che mi permettono di vedere il dinosauro in tutta la sua maestosità e non come un disegno sfocato a tre colori.
La voce qui è terremoto e tragedia. Perché se è vero che i Birds In Row si fondano su furia e disperazione, allora il modo per comprenderli al meglio è quello di analizzare tutta la sofferenza e l’impotenza che modellano ogni singola parola che finisce con l’impattare il microfono.
Gris Klein è l’ultimo disco dei Birds In Row. Un disco che rifinisce ulteriormente il tentativo di dare una forma all’abisso, a quel vuoto interiore che ormai, anche se probabilmente in termini diversi, tutti hanno provato almeno una volta nella vita. Gris Klein arricchisce la ricerca di nuovi elementi, dettagli che negli altri dischi erano rimasti nascosti nella coltre di rumore e urla. Furia e disperazione sono sempre le stesse, ma Gris Klein le rilegge in modo coraggioso, più elegante e a tratti addirittura raffinato. Come nelle sorprendentemente lunghe Noah e Trompe L’Œil, dove l’angoscia comincia a montare parallelamente a una voce pulita, quasi monocorde, fino ad arrivare all’inevitabile resa finale, che culmina in una progressione di parole e suoni pesanti come una porzione di acciughe sott’olio a mezzanotte.
So di ripetermi, ma i Birds In Row hanno davvero un grande cantante. E un grande cantante riesce a farti vivere le parole in un modo più intenso. Più diretto e soprattutto più spietato.
Come quando nelle cuffie è esploso l’attacco di Torches: I ain’t got no faith in myself…
Stavo aspettando l’autobus che dall’aeroporto mi avrebbe portato verso il centro di Parigi e le corde vocali hanno cominciato a bruciarmi, quasi come fossi io la persona intenta a strillare nelle mie orecchie.
Ero appena atterrato e già non vedevo l’ora di tornare a casa.

